L’uomo della pioggia

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La pioggia è un misto fra tristezza ed ebbrezza, sogno ed incubo, disillusione e follia. In ogni luogo del mondo ha le sue regole e si presenta in vesti diverse. Può lavare via il dolore o instillarlo goccia dopo goccia nel tuo corpo, può condurti in focolari sicuri o farti perdere in tediose brughiere, può riconciliarti con lo spirito oppure presentarti nuovi demoni. Tutto questo avviene nel perfetto silenzio delle piogge primaverili e nel fracasso di una tempesta. In Africa Orientale spesso l’ho incontrata, docile e silenziosa quasi una carezza. Nella savana della Tanzania, dove ero solito passeggiare, mi ha accompagnato nei lunghi cammini che intraprendevo sul far della sera. E’ stata una pioggia che ha nutrito diversi sogni, e molti di essi hanno visto la luce. Riconobbi la stessa pioggia la prima volta che arrivai a New York, era figlia di quella savana, di quei giorni acerbi a capire se la vita del folle cooperante potesse essere intrapresa  e vissuta fino alla fine, stessa intensità e stessa delicatezza. Mi ricordo che chiamai al telefono mio padre per raccontargli come percepivo e vedevo questa città che ci aveva visti spettatori drammatici all’aereoporto JFK, quando ero un bambino di poco più di 3 anni e piangevo perché lui stava andando in Messico mentre io tornavo in Italia, forse anche quel giorno pioveva, forse anche quel giorno la pioggia incorniciava la vita. Mentre in Africa Occidentale spesso la pioggia non è così delicata, martella e perfora ogni cosa. Un giorno, io ed altri due volontari di nome Leonardo e Beatrice, stavamo tornando dal nord del Senegal dalla crepuscolare città di Saint Loius a Dakar. Stavamo viaggiando con un septplace, vecchi Peugeot da 7 posti, ed iniziò una pioggia torrenziale, Beatrice purtroppo non si sentiva bene e doveva fermarsi ma l’autista non ne aveva nessuna intenzione, quindi dovetti costringerlo a fermarsi per poter prestare le cure a Beatrice e così ci dirigemmo verso casa, contornati dai fiumi di fango che carezzavano Dakar. Non c’è posto più congeniale per comprendere e mirare la quiete dopo la tempesta che la città di Dakar, il sole d’argento bandisce la pioggia ed il lento ciarlare dakaroise piano piano si espande per le vie, riappropiandosi di tutto ciò che palpita nelle sabbie della città. La pioggia ghermisce, graffia ed a volte cela. Nelle brughiere scozzesi, spesso ho camminato per lunghi tratti in compagnia di un amico perduto, ogni passo era fatica e soddisfazione, il crepuscolo si mischiava con la rada pioggia e ci donava sempre una nuova notte per riposarci. Non era faticoso e non ci si perdeva d’animo, ma quelle brughiere e quell’amicizia furono un istante, una goccia sparita nella verde e tenera terra scozzese. La pioggia rappresenta il fluire, un eterno scorrere che troppo spesso strappa ricordi, sogni, passioni, occasioni, sensazioni, ma rappresenta anche un’opportunità di curarsi, nascondersi per un attimo al mondo intero e riflettere. Ad Abidjan quando la tempesta spazza la grande laguna, quello è il tempo per nascondersi, ripararsi ed aspettare che tutto si plachi. La città viene letteralmente inondata, soprattutto i quartieri più poveri, come Koumassi, dove non esiste un sistema di drenaggio delle acque, e per un istante tutto si trasforma in una Venezia africana. La gente non sembra perdersi d’animo, continua a vivere, guadando dove è possibile e fermandosi dove è impossibile attraversare. Questo fluire a volte è così forte che sembra ti porti via tutto, difficile pensare il contrario. Anche piogge gentili possono fare questo, come quella che assorbii in Kenya. Conobbi una cooperante con la stessa convinzione e prospettiva che la cooperazione deve un giorno finire, è solo uno strumento per innescare processi di sviluppo in posti dove povertà e disuguaglianze sono radicate e presenti. Non so se avrò ancora la possibilità di incontrarla e parlare ancora del nostro lavoro e di quello che facciamo. Non so se la leggera pioggia ha già chiosato il nostro incontro e confinato nel cuore della terra bagnata le nostre parole, i nostri discorsi. Ed oggi piove anche qui in Ghana, non so dire se prevale la sensazione di ebrezza o quella di tristezza, so solo che quest’eterno fluire che ci rammenta la pioggia, di certo ci depaupera di ciò che siamo stati, di persone amate o che abbiamo soltanto sfiorato, di sogni e di avventure, ma ci permette ancora di sperare che tutto non finisce in una goccia assorbitata dalla nuda terra, perchè quella goccia servirà a nutrire il nostro futuro ed i nostri sogni. Basta solo fermarsi a riflettere, come quando visitai le regioni devastate dall’uragano Matthew ad Haiti, dopo tutta quella distruzione poteva ancora esserci speranza e voglia di vivere? Si ce n’erano. L’uomo della pioggia si avvicinò, portava con se sconforto, pianto e tristezza, ma sotto il suo manto, sotto quel brulicare di gocce c’era anche la possibilità di sentirsi parte del suo fluire e non solo un singolo istante di vita fine a se stesso e uguale ad altri mille. Dietro il velo d’acqua c’è pur sempre una luce, d’argento come a Dakar, slavata come nelle brughiere scozzesi o i mille riflessi delle vetrate di JFK

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