Momenti chiave di un cooperante

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Si dice che ci siano due momenti chiave nella vita di un cooperante che non si scordano mai rimangono indelebili nella propria mente e sono spunti di riflessioni per pianificare il futuro. Si vive nella precarietà e nell’incoscienza di apprendere e conoscere sempre di più, di impregniarsi e battezzarsi di culture altrui, lontane, esotiche, distanti dalle proprie radici. Finchè non ci si perde in un altrove che chiamamo con il nome di casa. Alessandro Magno sperimentò qualcosa del genere partendo dalla Grecia e spingendosi attraverso la Persia fino alle Indie. Da quel viaggio non tornò più, fagocitò tutto il nuovo e le culture che poteva incontrare, s’immerse in un immaginario fiume Indo che lo battezzò a nuova vita. Il primo momento indelebile è il tragitto che si fa dall’aereoporto per arrivare al primo luogo di lavoro. Ogni cooperante se ne ricorda i dettagli e può tranquillamente descriverlo, anche se non ci ha mai fatto caso. Se dovesse rispondere alla domanda se si ricorda il primo viaggio dall’aereoporto per la sede di lavoro anche sorprendentemente ogni cooperante se lo ricorderà. Io misi il primo piede in Africa in Tanzania. Quando scesi dall’aereo un’ondata di calore ed umidità mi investì e spaesato  mi dirigevo presso i banchi dell’immigrazione. Da lontano vedevo le sagome di palme ancora nascoste dall’oscurità del primo mattino. Uscito dall’aereoporto salgo su un taxi sgangherato con un cooperante della ONG che mi era venuto a prendere. Il tragitto fu tosto, vedevo centinaia di persone camminare per le strade di Dar Es Salam, damaschinando le prime luci del mattino con le loro movenze. Subito l’odore forte dell’Africa entro nel mio corpo, un misto di bruciato e terra viva. Fu un impatto molto forte perché non entravo solo in un paese ed in un continente sconosciuto ma entravo in un mondo da cui non sarei più uscito anche se quel giorno la paura del nuovo prevalse sull’emozione della scoperta. Passano gli anni e mi diverto sempre a prendere nuovi volontari all’aereporto perché posso rivivere il mio primo viaggio come loro, e posso scoprire sul loro volto se prevale la paura o l’emozione. Il secondo momento topico è più introspettivo e può anche non capitare a tutti. Un buon esempio di paragone è il monologo iniziale del Capitano Benjamin Willard nel film di Coppola “ Apocalypse now”. Il Capitano è seduto per terra in una stanza d’albergo di Saigon, bevendo alcool e fumando sigarette, rivive i momenti duri e tristi che ha passato durante la guerra in Vietnam. Ma c’è qualcosa che lo attrae ancora nella foresta pluviale, un cuore di tenebra che lo chiama a se e capisce che è ormai prigioniero di tutto questo, di un altrove che non lo lascerà più scappare, è tempo di dimenticare le proprie radici. Lo fa bruciando la foto di sua moglie con un mozzicone di sigaretta che sta finendo di fumare. A volte nella vita di un cooperante succede di vivere situazione a limite, in contesti difficili, dove le paure e lo sconforto possono prevalere sulla voglia di far bene. Mi ricordo quando trascorsi un mese in mezzo al Senegal, in una piccola cittadina di nome Kaffrine, vivevo in un albergo dove il giorno stesso in cui arrivai mi costruirono la porta poiché non c’era. La vita in mezzo al nulla ed alla polvere trascorreva lenta e faticosa. Fantasmi di sabbia mi venivano a trovare ogni notte ed ha volte gli incubi notturni erano più docili delle luci del mattino. In questo teatro degli orrori mi salvarono la voglia di far bene e le persone garbate del piccolo hotel Balanza in cui vivevo, il gestore Mustapha ed il cuoco Mbaye. Mbaye per farmi sentire a casa mi cucinava improbabili pizze e Mustapha ascoltava con attenzione i consigli per abbellire il suo piccolo hotel. Mi ricordo che un giorno gli chiesi uno specchio perché non c’era nella mia stanza. Lui sbigottito e stupito mi domanda: “ Un miroir?!”, pensava ma cosa se ne fa un uomo bianco di uno specchio in mezzo al deserto. Poi però un giorno si presentò con un set di specchi per tutte e quattro le camere del piccolo hotel e mi disse: “ Ho ascoltato il tuo consiglio, ora le camere sono più belle e confortevoli!”. Il tempo non passava mai, ma c’era anche un’altra persona che mi aiutò, era il mio collega Sen che mi scorrazzava in motocicletta per le sabbie di quel posto. A volte mi portava a bere il tè con le sue due mogli altre volte mangiavamo la dibi, ottima carne di montone alla griglia in bettole dove con una mano prendevi la carne per mangiarla e con l’altra scacciavi gli stormi di mosche che vi alleggiavamo. Anni dopo ripassai per Kaffrine e mi fermai di nuovo al piccolo hotel Balanza, era il periodo del Ramadam quindi non si mangiava il giorno, ma nell’entrare nell’hotel incontrai il cuoco Mbaye che mi fece grandissime feste e mi abbracciò. Gli chiesi gentilmente se avevano degli avanzi o del pane, io e la mia amica Elisa con cui viaggiavo, venivamo da Dakar ed eravamo affamati. Lui usci di scatto dall’hotel ed tornò con delle uova che ci cucinò appositamente proprio durante il Ramadam dove nessun mussulmano mangia di giorno quindi anche lui. Un gesto fraterno e di cuore che descrive l’accoglienza e la bellezza del Senegal. Quando un cooperante si trova in situazioni difficili come quella appena descritta basta un niente a gettare la spugna, la pressione può essere insostenibile. Però ogni volta che volgevo il mio sguardo alla brousse attorno a Kaffrine c’era un qualcosa che mi attraeva ad essa, la stessa cosa che attraeva il Capitano Benjamin Willard e che spinse Alessandro Magno fino alle Indie, un cuore selvaggio, oscuro e luminoso allo stesso tempo. Il desiderio di scoprire, conoscere e conoscersi. Una metamorfosi della propria anima che si plasma alle sabbie di Kaffrine, alla selva vietnaminta od ai docili flutti dell’Indo a cui è difficile rinunciare.

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