Dakar, un eterno teatro di polvere e luci


La strada è assolata, il sole picchia come un fabbro sulla sua incudine. Aspetto che si avvicini un taxi, sicuramente sarà sgangherato, con pellice che ricoprono i sedili all’interno e dallo specchietto retrovisore penzolerà qualcosa di strano come un ciuffo di crine di cavallo. Sono un esperto a scegliere questa tipologia di taxi. Eccolo che arriva, si ferma, all’interno un giovane dall’aria trasognata masticando un piccolo ramoscello che serve per pulirsi i denti. Il suo francese non è impeccabile ed è corroso da forti e schioccanti parole wolof. Spara un prezzo esorbitante per il pezzo di strada che devo percorre, gli rispondo che è un “prezzo toubab”, un prezzo da bianco, conosco le tariffe perché vivo in questa città andando e venendo da ben 3 anni. Il ragazzo ride fa una smorfia irriverente, abbassa un poco il prezzo ed io controattacco. Inizia il teatro, inizia la piéce, ognuno recita la propria parte, si sale sul palco, si spolverano i propri sogni, si entra nella ville magique di Dakar.

Dakar è un palco di teatro dove tutti i suoi abitanti, viandanti e viaggiatori recitano ed interpretano il proprio ruolo più o meno bizzarro. La quantità di persone particolari, pittoresche, sognatrici e visionarie che ho sempre incontrato in questo palco non è possibile quantificarla. Non saprei ben spiegare come nasca la recitazione o il sentirsi parte di un racconto fiabesco da Mille ed una Notte, ma Dakar è così e se non ti lasci trasportare e condurre da essa, la vivrai sempre parzialmente, come se fosse una caotica e sabbiosa città sulle sponde dell’Atlantico. Ricordo la prima volta che sentii il suo nome, avrò avuto 4 o 5 anni, mia nonna che aveva vissuto la sua infanzia in Africa, mi parlava di questa città meta per secoli delle carovane che dall’Africa Orientale attraversavano il deserto del Sahara per giungervi. Meta finale del famosissimo really, la Paris-Dakar. Questo nome è sempre vagato nella mia mente e nei ricordi fino a quando, lei mia ha rapito e fatto uno dei suoi personaggi che calcano il suo palco di sabbia e polvere.

Riesco a raggiungere un compromesso sul prezzo ed inizio la mia corsa sul taxi sgangherato. Il giovane continua a masticare il suo ramoscello, ma intendo che sta rimuginando qualcosa, sorride, sputacchia fuori dal finestrino e sorride di nuovo. Gli chiedo se va tutto bene, lui risponde di si ma non ne sono convinto. Gli dico che sta ancora pensando alla contrattazione e lui ridendo ancora più forte risponde di si. Siamo nel primo atto della piéce, credo si tratti di una commedia. La risata mi contagia ed alla fine decido di dargli quei 500 franchi cefa in più che chiedeva, in fondo valgono meno della risata che il giovane mi ha fatto fare.

WP_20160723_19_08_45_ProUn personaggio che ha interpreato per un po’ di tempo una piéce comica a Dakar è stato un volontario di nome Leonardo. Era arrivato con un spessa corazza, inpenetrabile alle avance di Dakar. Come una chiocciola vagava portando con se tutto il suo passato e tutta la sua vita, mangiava cose improbabili, come pasta con passata di pomodoro cruda o zucchine crude. Sempre sorridente e felice, era un perfetto commediante uscito dai libri di Aristofane o Plauto. Poi piano piano lo spesso guscio della chiocciola andò in pezzi e si ritrovò invischiato nei tempi, negli odori e nelle visioni oniriche di Dakar. La ascoltò, apri il suo cuore e rimase per sempre parte di questa folle compagnia teatrale.

Il taxi continua nella sua corsa e siccome abbiamo rotto il ghiaccio continiuamo il nostro dialogo. Con un’autista di Dakar puoi parlare principalmente di due cose; il prezzo della corsa e di donne e montoni. Si proprio donne e montoni. Donne e montoni è una simbiosi in Senegal, soprattutto quando si avvicina la Tabaski, la festa mussulmana in cui si sacrifca e si mangia il montone. Bisogna comprare un montone per ognuna delle proprie mogli. Gli chiedo quante mogli ha, risponde ben 3 e ridendo domando se abbia già comprato i 3 montoni per le sue donne. Scuote la testa, mastica ancora con più forza il ramoscello che ha fra i denti e pronuncia due parole pas encore, non ancora. La città si riempe letteralmente di montoni le settimane prima della Tabaski, credo che ci siano più montoni che uomini. In sostanza arriva l’atto dedicato alle donne e non posso esimermi di non parlare delle Signore di Dakar.

La prima signora si chiama Libera, vive a Dakar da molto tempo e si sposò con un Senegalese da cui ebbe un figlio. Vissi nella sua casa un breve periodo di tempo e coincise con la prima volta che arrivai a Dakar. Non fu un impatto semplice, ero abitutato ai larghi spazi della savana tanzaniana, ai tempi lenti ed ad una cultura africana che conoscevo dai libri come La mia Africa di Keren Blixen. Non ero pronto ad interpretare il mio ruolo sul palcoscienico di Dakar. La Signora Libera, quasi avendo capito il mio disagio, fece di tutto per farmi sentire a casa. Mi preparava sempre il caffè ed a volte anche piatti italiani, come i cannelloni. Commerciava in pesce e spesso erano presenti acquirenti all’ingrosso nella sua casa. Una donna forte perché se si può negoziare difficilmente con un tassista, immagino quanta scaltrezza ci voglia per comprare pesce da grossisti senegalesi. La seconda signora di Dakar si chiama Flora. Un’attrice formidabile, sposata con un senegalese. Ho vissuto anche a casa sua e mi ha fatto conoscere molte persone a Dakar. In lei erano presenti due anime, quella del conoscere il diverso e quella leghista, come amava definirsi. Infatti raccontava spesso del suo viaggio in treno da Dakar vino a Bamako da perfetta avventuriera, ma parlava anche dei vari migranti che arrivavono in Italia e rimanevano ad elemosinare per le strade senza uno scopo reale. Andai con lei a svariati incontri con personale dei vari ministeri senegalesi e da lei appresi ad non avere paura nell’esprimersi in questi contesti, bisogna interpretare la parte con coraggio, alla fine non vi è neppure tanto pubblico all’interno di una sala ministeriale. L’ultima signora di Dakar è Lia, una donna africana a tutti gli effetti, profonda conoscitrice di Dakar e delle radici del Senegal. Ho vissuto a casa di Lia più di una volta e ho sempre amato le lunghe chiaccherate davanti ad un succo di bissap, sull’Africa, sulla politica e sulla vita stessa. Con Lia si entra negli atti di ironia pirandelliana. Lia è parte integrante della città, i sui capelli ricci e voluminosi ricordano i rami del baobab e le sue memorie sono memorie di una Dakar che non c’è più, mi raccontava spesso di come un tempo nei quartieri di Norte Foire o Mermoz vi erano i baobab ed alberi di mango che donavano ancor di più una bellezza incontaminata alla città stessa. Se si vuole raccogliere un punto di vista del Senegal vero e crudo, se si vuole ascoltare anedotti e storie di altri commedianti passati su questo palco non si può che non ascoltare un racconto di Lia. Mi ricordo un giorno a Ngor, era dicembre e l’harmattan sferzava portando una fresca brezza sulla città, parlavano d’amore, delle relazioni, di come a volte bisogna “lasciar andare” come Jack Kerouac lascia andare Dean Moriarty vedendolo sfrecciare su una decappotabile a New York. Lia conosce bene il “lasciar andare”, io mi ostinavo a domandare all’harmattan il perché ed il percome una relazione debba finire. Lia mi insegnò che non possiamo trattenere il vento, possiamo solo ricordarlo con affetto. Il palcoscenico si trasformò in un dialogo shakspeariano, mi sentivo molto Amleto ma di colpo il sipario scese interrompendo la riflessione ed un personaggio comico comparve d’incanto. Il nostro comune amico che ci aveva seguito fino alla spiaggia di Ngor riceve una telefonata, un dottore dall’altro capo del filo gli conferma che ha il tifo e lui non curante passò tutta la giornata a bere birra in riva al mare.

Arrivo alla mia destinazione, ringrazio il tassisto gli do i suoi 500 cefa in più, ride e si compiace, mi saluta e torna a vagare per la città in cerca di un altro cliente, pensando alle sue mogli e come ottenere il denaro necessario per comprare il famigerato montone. In fondo la vita è un’eterna cerca. Dakar è un teatro in un teatro ed ognuno di noi che anche per caso ci è capitato è un personaggio in cerca d’autore.

WP_20160720_18_36_08_ProUna ragazza di nome Beatrice è sicuramente l’esempio perfetto di un personaggio in cerca d’autore. Giunse a Dakar timidamente, ma con una voglia di fare e dimostrare incredibili. Un’aspirante cooperante che fin da bambina sognava di fare del bene, di rendersi utile. E’ incredibile come l’apparente fragilità possa nascondere una vera forza. Sotto la cenere si nasconde sempre un fuoco silente. La dedizione al lavoro è stato il suo punto forte ed ha interpretato il suo ruolo sul palcoscenico di Dakar damaschinandolo con domande, paure, incertezze, curiosità e fermezza. Un giorno persino diede lezioni di canto ad un gruppo di suore in perfetto stile teatrale. La sua visita nella città magica finisce sulla plage de Ngor, dove cala il sipario assieme al sole dietro la minuta isola di fronte alla spiaggia stessa. Si parlava della morte, della Sorella Morte di francescana memoria. Non vi è morte su un palco poiché se si recita bene, se si interagisce bene con gli attori e le comparse, la nostra storia conquisterà un senso al di là di questo tempo e spazio. Ciò che abbiamo vissuto e provato rimane nel canovaccio teatrale, non dobbiamo avere paura di lasciare un palco per una nuova opera più luminosa e senza sipario.

Il taxi mi ha portato a Les Almadies, uno dei miei posti preferiti. Il punto più occidentale del continente africano. Sono solito bere una flag con frutti di mare, una piccola pausa prima di tornare a recitare fra le strade polverose della città. Ho sempre portato le mie paure, i miei fantasmi ed i miei dolori su queste sponde rocciose. In modo così di lavarli in queste acque lascive, di renderli più malleabili e scoloriti, sperando di perderne qualcuno di essi negli abissi dell’Atlantico. Sono anch’io in cerca di qualcosa, soprattutto quando giungo a Dakar, un altro personaggio in cerca d’autore, poiché i ruoli che puoi ricoprire sono molteplici. Le prime volte che giungevo a Dakar, ero come Beatrice, cercavo vari maestri per comprenderne i segreti, uno di questi è il mio amico Alyoun, un Baifal. I Baifal sono uomini sacri dell’Islam, letteralmente colui che porta la pace. Portare la pace nel vero senzo della parola, un suo esempio calzante è quello dell’autobus. Se una persona non vuole pagare il biglietto o non può pagare il biglietto dell’autobus per evitare una lite tra il conducente e tale persona se un Baifal si trova lì è tenuto a pagarlo lui, in questo modo porta e mantiene la pace e l’armonia. Alyoun mi ha sempre edotto su come leggere questa città, come capirne il suo islam delicato e multicolore, simbolo di pace. Quando mi parlò delle Darah, le scuole coraniche, mi disse: “… è importantissimo che i bambini ci vadino per studiare il Corano. Infatti se un giorno un terrorista ci dirà di compiere azioni violente noi senegalesi gli potremo rispondere che è sbagliato per i seguenti motivi scritti per l’appunto nel corano”. Senza questi maestri sarebbe stato difficile comprendere questo teatro di polvere e luci d’argento ed anch’io nel mio piccolo ho sempre cercarto da comportarmi come un maestro scalcagnato con tutte le persone che hanno recitato con me su questo palcoscenico. Alcune però non ce l’ho fatta a portarvecele e questo è un rammarico, soprattutto quelle persone che hanno una riflessione intrinseca, una luce dentro che troppo spesso si adombra, si sporca ed a poco a poco si macchia. Qui nelle acque di Les Almadies si possono lavare via queste ombre, ma bisogna avere il coraggio di arrivare fin qui mettersi in gioco, salire sul palco e trovare se stessi, non più interpretando frivoli ruoli sotto luci faute, ma bensì riscoprirsi partecipi di una grande opera.

WP_20160909_09_40_36_ProCala il sipario, cala la notte, il buio fagocita le luci d’argento, gli spettatori lasciano la sala, rimangono gli attori perduti, quelli in cerca d’autore e magari qualche tassista in cerca dell’ultimo montone prima del giorno della tabaski. Rimane solo Dakar, magica, mistica, composta di luci, riverberi, oscure viuzze polverose che portano verso aperti spazi in riva al mare. Ci rimane sempre la possibilità di risalire sul palco l’indomani, interpretando ciò che più ci aggrada, tanto mal che ci può andare la dolce ospitalità di Dakar ci accoglierà sempre.

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