Il Bacio di Piazza Taksim

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I due ragazzi seduti su quella panchina si sono appena baciati, qui a Piazza Taksim, Istanbul. Nel 2013 fu teatro di violenti scontri tra manifestanti e le forze dell’ordine turche, che hanno fatto 9 morti e più di 8.000 feriti. Un contrasto tra la violenza esercitata dal potere e semplicemente la voglia di vivere, di passare una giornata tranquilla, in una piazza tranquilla adornata dagli alberi, sopravvisuti alle ruspe che il governo turco voleva mandare per costruire al posto del parco un centro commerciale. Fa effetto passeggiare per questa piazza, fa effetto fotografare di nascosto una gioia altrui. Ho soggiornato due giorni ad Istanbul, ed ho vissuto ad un km da Piazza Taksim, ci sono passato più volte per partire da lì, esplorando la città. Una città che rispecchia decisamente tutto quello che si è studiato nei libri di storia al liceo, ma quello che ti sorprende e che non trovi nei libri di storia, o forse non si coglie, è l’interculturalità di questa città. In tre giorni ho parlato 4 lingue con differenti persone, l’italiano, l’inglese, il francese, e lo spagnolo. E se avessi saputo l’azero, l’iraniano, il creolo, l’indonesiano… avrei potuto anche parlare queste lingue. Oriente e Occidente si scontrano, come le onde del Bosforo, e danno vita a meraviglie incredibili come Haya Sofia, S. Stefano Kora, la Moschea Blu, il TopKapi palazzo del sultano; tutte queste opere brillano di luce propria, le chiese cristiane d’oro e cadmio, mentre le mosche di cobalto e turchese. Tutto è un gioco di luci e colori, che si riflettono nel mare che avvolge totalmente la città, quasi sembra di stare su un’isola. La bellezza di questa città, la porta dell’Oriente è indescrivibile, e vederla ferita e dilaniata da guerre, nel corso della sua storia, rende il cuore triste, come quando la lasci per partire. Questa è una città per chi ama conoscere l’altro, perché di popoli e costumi, ne è stracolma, e poi si sente il peso della storia, che qui è passata lasciando il suo segno; come nel 1453 quando Costantinopoli cadde per mano turca. Oggi Istanbul rimane il crocevia tra Europa ed Asia. Migliaia di profughi, rifugiati e migranti si fermano qui, aspettando e cercando di ottenere un visto per l’Europa, l’America o addirittura l’Australia. Molti fuggono dalle guerre del Medio Oriente; Siria e Iraq. La politica internazionale tratta queste persone in modo differente; se sei cristiano siriano non sei riconosciuto rifugiato e non puoi ottenere questo status, in quanto sei filo-Assad e l’Occidente è contro di lui, mentre se sei mussulmano sunnita siriano sei considerato rifugiato, perché molto probabilmente sei contro Assad. Anche la Turchia la vede in questo modo e ci sono delle sovvenzioni per i mussulmani sunniti siriani. Sono stato in un centro per rifugiati gestito dai salesiani di Don Bosco, ed ancora una volta, sono rimasto sorpreso dalla loro opera e tenacia. In questo centro si fanno attività scolastiche, ludiche, e sportive, per mantenere occupati i ragazzi e per permettergli di inserirsi in un percorso scolastico senza grossi problemi, una volta che avranno ottenuto il permesso di soggiorno oppure partiranno per vivere in un altro stato. Nel centro si parla inglese, per chi lo sa, e per chi non lo sa è il primo corso da seguire. Qui puoi vedere negli occhi la guerra che hanno vissuto, assaporato, respirato. Un ulteriore ferita che la città di Istanbul accoglie. Nel corso della sua storia di atrocità e di dolore questa mistica città ne ha visto tanto, ma mi piace guardare oltre, nei sorrisi dei profughi siriani che giocano a palla a volo, nella voce cristallina di una ragazza filippina che canta nella Cattedrale, negli anziani turchi che ti salutano come si faceva centinaia di anni fa nel Bosforo, e nel fotografare di nascosto un bacio a piazza Taksim.

 

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